Inquinamento atmosferico il “cecchino silenzioso” che continua a mietere vittime

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Al pari di un “cecchino silenzioso”, l’inquinamento atmosferico continua a mietere vittime. Bambini, anziani e persone con una malattia respiratoria e/o cardiocircolatoria preesistente, donne in gravidanza e persone di basso livello socio-economico sono di fatto i soggetti più fragili ed esposti, in termini sanitari, a questa piaga moderna. Nessuno escluso,  sia a livello nazionale che internazionale.

E, come riportato in maniera dettagliata nel dossier (anno 2019) del Ministero della Salute, Clima, inquinamento atmosferico ed effetti sulla salute in Italia”, solo nel 2010, l’OMS (Organizzazione Mondiale di Sanità) ha stimato che l’inquinamento atmosferico in Europa ha causato – in termini di morti premature e di malattie- 1.600 miliardi di dollari.

Al primo posto troviamo i soggetti con malattie respiratorie, particolarmente sensibili agli effetti del particolato attraverso un’azione diretta sul tessuto polmonare e indiretta attraverso l’induzione dello stress ossidativo e della risposta infiammatoria, con sintomi più gravi nelle persone atopiche. L’OMS ed il Global Burden of Disease study (GBD), le due più importanti fonti di informazione sul numero di morti premature ed evitabili associate all’inquinamento dell’aria, fornivano dati globali sostanzialmente concordanti: indicavano un numero annuale di morti poco superiore a 4 milioni nel mondo, per l’inquinamento outdoor da particolato; il numero di morti aumenta di circa 3 milioni se si considerano anche quelli dovuti all’inquinamento delle abitazioni per l’impiego di combustibili fossili (household indoor air pollution), fenomeno presente soprattutto in Cina, India e Thailandia.

Le persone asmatiche e quelle con una malattia polmonare cronica (bronchite o l’enfisema),risultano essere i soggetti più ‘sensibili’ all’SO2 (gas incolore e irritante, tra i più aggressivi e pericolosi inquinanti atmosferici che scaturisce principalmente dall’ossidazione dello zolfo nei processi di combustione di carbone, petrolio e gasolio)  e all’ NO2 (inquinante che viene generato a seguito di processi di combustione, come  il traffico veicolare è stato individuato essere quello che contribuisce maggiormente all’aumento dei livelli di biossido d’azoto nell’aria ambiente). 

Studi scientifici non a caso hanno dimostrato inoltre un netto rapporto tra variabili meteorologiche, inquinamento, allergeni ed incremento di allergie respiratorie. Sì perché inquinamento atmosferico e cambiamenti climatici vanno di pari passo e, purtroppo, non in una buona direzione.

Tendenza negativa confermata lo scorso 2019 dall’IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change (Gruppo Intergovernativo sul cambiamento Climatico, nonché foro scientifico formatosi nel 1988 da due distinti organismi delle Nazioni Unite, l’organizzazione meteorologica mondiale e il Programma della Nazioni Unite per l’Ambiente al fine di studiare il riscaldamento globale). 

L’IPCC infatti attraverso il rapporto speciale su “Cambiamenti climatici, desertificazione, degrado terreste, sostenibilità del territorio, sicurezza alimentare e flussi di gas serra negli ecosistemi terresti”, ha ribadito la connessione stretta di tutti questi fattori con le ‘anomalie climatiche’ cui stiamo assistendo in tutti questi ultimi anni.

Per questo ora più che mai bisogna cercare di avere un obiettivo strategico per invertire questa tendenza. Come? Promuovendo un approccio integrato per affrontare tutte quelle problematiche legate all’inquinamento atmosferico ed ai cambiamenti climatici. Per questo l’OMS ha invitato più volte tutti i governi interessati ad agire per l’abbattimento dell’inquinamento atmosferico, comprese le emissioni clima-alternanti, utilizzando fonti energetiche più pulite e sistemi di trasporto urbano più sostenibile.

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