I RISCHI DEL TECHNOSTRESS? L’ISOLAMENO TECNOLOGICO

technostress

Misurare il Technostress? Oggi si può. Con il Professore Gabriele Giorgi, Psicologo e Associato di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni presso L’Università Europea di Roma, abbiamo voluto approfondire questo interessante argomento.

Professore, Identità digitale vs Identità Reale, un binomio presente e in continuo conflitto: quali sono le principali motivazioni che portano un individuo a modulare la propria personalità? E, quali dinamiche psicologiche si innescano?

Mondo reale e mondo virtuale – rappresentano oggi a causa del covid-19- la faccia della stessa medaglia in molti contesti di vita.  La personalità, pur essendo un costrutto stabile, può subire forti influenzamenti e essere plasmata oltre che essere un plasmante del contesto, anche della realtà virtuale. Infatti, l’individuo trascorre sempre più tempo nel mondo tecnologico (computer, telefono, web, tv etc).

Emergono così potenziali sovrapposizioni tra identità reale e digitale, ma anche relazioni non lineari in cui un individuo nel mondo virtuale si allontana dalla propria identità costruendo nuovi e diversi pattern emotivi e comportamentali fino ad arrivare allo sviluppo di veri e propri Avatar. Esistono spesso dei processi di contaminazione e contagio emotivo – attraverso il web – che possono influenzare fortemente la personalità.

Un’eccessiva esposizione (durata e frequenza) al mondo virtuale amplifica i processi di cambiamento, mutando le nostre emozioni e sviluppando caratteristiche individuali virtualizzate che tuttavia non sempre possono corrispondere a proprie caratteristiche individuali. Tanti sono i rischi! Per esempio un abuso di mezzi tecnologici genera un’immersione così forte ed improvvisa tale da portare l’individuo più distante dalle sue emozioni reali e dal sentire quelle degli altri. Infatti, i dispositivi tecnologici possono imporre una connessione permanente, favoriscono un allontamento della propria identità e possono culminare nel rischio estremo di hikikomori – una forma di isolamento alla vita definita anche suicidio sociale.

Si sente parlare sempre più spesso di stress tecnologico. Non a caso, lei stesso di recente ha ideato una ricerca che permette di misurare il “Technostress”: Come nasce questo test? E quali parametri ha preso in considerazione e perché?

Technostress, ovvero lo stress causato dal sovraccarico di informazioni e comunicazione tecnologiche, rappresentava, anche prima del covid-19, uno dei temi emergenti della psicologia del lavoro. Per un approfondimento vedasi una review che ho pubblicato disponibile open access. https://www.mdpi.com/1660-4601/17/21/8013

L’Università Europea di Roma ha ormai una tradizione di ricerca consolidata su tema dello stress con collaborazioni con multinazionali e università di tutto il mondo. Sviluppare un test sul technostress è stato pertanto un naturale proseguimento della ricerca sullo stress lavoro correlato ed il lavoro è iniziato prima del covid-19.  Il test, basato su una review sistematica della letteratura e su best practices aziendali , appare come uno dei questionari più completi in Italia e consta di molteplici parametri tutti collegati alla tecnologia: 1) Utilità, 2) Usabilità, 3) Affidabilità (fiducia), 4) Coinvolgimento, 5) Formazione, 6) Autoefficacia nel mastering della tecnologia, 7) Chiarezza del lavoro tecnologico da svolgere,  presenza di  8) Multitasking,  9) Autonomia nell’uso della tecnologia, 10) Carico di lavoro tecnologico, 11) Velocità del cambiamento tecnologico sperimentato, 12) Pervasività (percezione di essere sempre connessi al lavoro) 13) Privacy (percezione che i dipendenti hanno della tracciabilità della propria attività lavorativa dovuta alle ICT e alla relativa compromissione della privacy), 14) Occupabilità (grado in cui i dipendenti percepiscono di non disporre di tecnologia adeguata tale che le loro competenze future potranno risultare non appetibili nel mercato del lavoro), ed infine 15) Mancanza di supporto del Supervisore  dei Colleghi a livello virtuale.

Mai come ora le distanze sociali hanno inciso sui rapporti personali. Tuttavia, un dato ancora più allarmante, è la sempre più diffusa tendenza a rinchiudersi all’interno del proprio nucleo familiare, senza distinzione d’età. Quanto sta incidendo “l’isolamento socio-tecnologico” nei rapporti umani? Siamo arrivati, secondo lei, ad un punto di non ritorno?

E’ proprio il mondo virtuale a cui si accede attraverso i vari mezzi tecnologici che in questo periodo anomalo ha accentuato i suoi poteri fornendo a tutte le fasce di età e soprattutto ai più giovani una compensazione/surrogazione alla mancanza di rapporti veri e reali, così, in molti casi l’unico ambito concreto è rimasto quella della famiglia. Tutto ciò è negativo perché l’uomo ha bisogno di relazioni sociali, di uscire dalle mura domestiche,  di confrontarsi con gli altri. Se questo vale per tutti, è vitale per i più i giovani. Non siamo ancora giunti al punto di non ritorno, ma c’è solo da augurarsi che la nostra vita possa riprendere presto.

A partire dall’Università in cui lei insegna quanto lo stress tecnologico, secondo lei, inciderà nei settori del lavoro, della società e della formazione?

Il technostress inciderà in tutti gli ambiti a cui lei fa riferimento. Andrà misurato, prevenuto e combattuto come lo stress lavoro correlato la cui valutazione è un obbligo di  legge. Le aziende, le istituzioni e le università dovranno promuovere programmi di gestione dello stress tecnologico  accompagnando i propri stakeholders verso il benessere. Infatti, sarà necessario arginare il technostress per  sfruttare al massimo le potenzialità offerte dall’accelerazione tecnologica vissuta per fornire formazione e upskilling a studenti e lavoratori in modo da poter sviluppare a pieno quelle competenze che risulteranno strategiche all’interno di un rinnovato mercato del lavoro.

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